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Florio Santini

Florio Santini ed ElisabettaFlorio Santini (1923-2007), lucchese di nascita, ha trascorso gran parte della sua vita continuamente in viaggio per il mondo, per conto del Ministero degli Affari Esteri e, in particolare, in qualità di Addetto Culturale e Direttore di Istituti Italiani presso le sedi di ambasciata in Turchia, Libano, Senegal, Nigeria, Kenya e Indonesia.

 Al termine del suo mandato, agli inizi degli anni 80, scelse come sua definitiva sede il Salento, innamorandosi perdutamente dei suoi colori, del suo mare e della sua gente; soggiornò per i primi anni ad Otranto, in una casetta di fronte al porticciolo e, in seguito, si trasferì nel castello di Casamassella, portandovi i ricordi di un' intera vita da illustre “girovago”.

Prolifico scrittore e poeta, pubblicava la sua prima opera nel 1958, a cui fece seguito una cospicua produzione di saggi sull'antropologia culturale, suggestivi racconti e raccolte poetiche, che gli valsero diversi riconoscimenti in campo letterario. L'ultimo suo scritto di poesie, Mi ammalai di mal d'Africa, pubblicato nel 2006, un anno prima della sua morte, è il conclusivo omaggio a quella antica Madre, culla dell'Umanità, che tanto gli era entrata nell'anima, ma nello stesso tempo è l'ultima testimonianza della sua grande generosità.
Nel 2003, infatti, ormai colpito da una grave malattia, espresse ufficiale volontà di donare al Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia di Maglie la collezione di oggetti d’arte africana (in parte pubblicata proprio nell'ultimo suo libro), che egli amava definire frammenti del mio cuore, raccolta durante il periodo in cui ricopriva la carica di Addetto Culturale presso le Ambasciate italiane nel Senegal e nel Kenya.

Un omaggio al Salento e alla sua gente, che egli stesso così motivava: Mi sento radicato in questa terra che mi ha accolto e non mi ha lasciato andar via. In un’altra vita mi sono nutrito dei frutti, dei profumi e dei colori del Salento. Esistono persone che vivono a enorme distanza, ormai, dal bene ch’esse fecero e dai valori che scoprirono, quando erano giovani e attive: non vi fanno più caso ormai. Io, invece, avrò le mie ricchezze a soli quattordici chilometri da casa; potrò andarle ad ammirare ogni volta che vorrò; lo so che non saranno più mie; meglio, saranno di tutti. Al contrario di quanto egli scriveva, i 120 oggetti, entrati al Museo nel febbraio 2004, rimarranno per sempre indissolubilmente legati alla sua figura.
Grazie ad essi, infatti, il Museo vede la nascita ex novo di una sezione museale, dedicata all'etnografia e a lui, arricchendo le esposizioni di nuovi reperti, ma principalmente di nuovi contenuti. In essi, al ruolo maggiore, svolto dai moderni assunti dell'interculturalità che passa obbligatoriamente attraverso la conoscenza delle culture degli Altri, si affianca quello svolto dal continente africano nella preistoria dell'Uomo, creando relazioni ricche di spunti di riflessione tra la Donazione Santini e il resto delle esposizioni del Museo.

L'aggravarsi della sua malattia e l'insorgere di problemi di salute anche nella sua amata moglie Lydie (così dolcemente Florio Santini chiamava Siou - Wan, Piccola Nuvola) gli negarono la gioia di vedere la sua collezione nella sistemazione definitiva, come egli sognava. Sebbene nel corso dello studio e della sistemazione dei reperti e nelle fasi preliminari del progetto della nuova sezione, la Direzione del Museo organizzava due mostre documentarie (dicembre 2004 e gennaio 2007) in suo onore e nell'effimero intento di rendergli più lievi i tempi tecnici necessari alla nascita di una nuova sezione museale, a marzo 2007 fu costretto a fare rientro in Toscana, dove si spense nel dicembre dello stesso anno, pochi giorni prima del suo 85mo compleanno.


Foto Archivio del Museo: Florio Santini ed Elisabetta Papadia all'inaugurazione della Mostra Africa. La Donazione di Florio Santini, dicembre 2004.

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